Ve lo siete mai chiesti perché il dottore di famiglia non esiste più? Non è un caso. Negli anni Ottanta e Novanta, il medico di base era una figura completamente diversa da quella che incontrate oggi negli studi affollati, tra una visita e l'altra del turno successivo. Veniva a casa. Stava con voi per un'ora se necessario. Conosceva vostro padre, vostro figlio, sapeva se bevevate, se dormivate bene, come stavate mentalmente. Non aveva una lista d'attesa lunga due mesi. Aveva 800 pazienti, non 1.500.
La medicina di allora era costruita su un principio che oggi sembra una reliquia: la relazione. Il medico sapeva che nella maggior parte dei casi, ascoltare bene il paziente per venti minuti valeva più di una batteria di esami. Se vostro padre aveva dolori al petto e soffriva di ansia da tre anni, il medico non vi ordinava subito una coronarografia. Parlava, guardava gli occhi, toccava il polso, ascoltava il cuore con lo stetoscopio come una volta. Capiva che il corpo racconta storie, e quelle storie si leggono solo stando insieme, non leggendo numeri su uno schermo in tre minuti. Secondo i dati dell'Istat degli anni Novanta, il 78% degli italiani dichiarava di fidarsi pienamente del proprio medico di famiglia. Oggi quella percentuale è scesa sotto il 60%.
Nella pratica quotidiana, il medico di una volta usava il cosiddetto "ragionamento clinico empirico". Non era scientifico nel senso moderno: non aveva linee guida internazionali, non si collegava alle banche dati europee. Aveva esperienza, fatta di migliaia di casi visti di persona. Se una signora veniva dal medico con stanchezza, il dottore chiedeva come dormiva, se aveva perdite di sangue insolite, come era il suo umore. Non saltava subito agli esami del sangue. In molti casi diagnosticava un'anemia con la semplice visita: guardava il palmo della mano, il colore degli occhi, ascoltava il cuore. Era una medicina tattile, quasi manuale. Il dottore era anche psicologo, confessore, consigliere. Vi diceva di cambiare vita, di dormire di più, di non litigare con il coniuge. E molte volte bastava.
Come funzionava la visita lunga
- Entrare nello studio senza fretta, sedersi di fronte al dottore, raccontare tutto il male senza interruzioni
- Visita fisica attenta: stetoscopio, palpazione dell'addome, controllo dei riflessi, osservazione degli occhi e della lingua
- Diagnosi ragionata a voce: il medico spiegava cosa pensava, quale era il percorso di cura, quali esami fare se necessario
- Ricette scritte a mano, senza ricettario informatico, con annotazioni personali sulla terapia scelta
- Disponibilità: il dottore dava il suo numero di casa, veniva in visita domiciliare se il paziente non poteva muoversi
Non è nostalgia mal riposta. Il sistema aveva difetti evidenti: il medico di famiglia non aveva sempre le conoscenze per diagnosticare malattie rare, gli esami erano meno accessibili, la medicina preventiva era quasi inesistente. Ma la differenza tra curare una persona e gestire un protocollo è abissale. Oggi il medico di famiglia ha il computer, le linee guida europee, accesso alle migliori evidenze scientifiche. Ma vi vede per cinque minuti. Vi chiede dove fa male, consulta il database, vi prescrive quello che dice la linea guida. Non sa come state davvero.
La domanda non è banale: cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo perso? I dati dicono che le malattie diagnosticate in ritardo sono aumentate, gli errori diagnostici anche. Parallelo a questo, gli psicofarmaci consumati in Italia sono saliti del 300% negli ultimi 30 anni. Non è un caso che il medico non ascolta più, non riconosce il disagio, vi manda dritto dalla psichiatra con una ricetta di sertraline. La depressione oggi è una malattia, allora era un capitolo della vita che il dottore vi aiutava a portare. Diffidate di chi vi dice che la medicina moderna è migliore. In molte cose lo è, in molte altre no. Mio padre a Napoli diceva: dove tutti dicono di sì, qualcuno sta nascondendo qualcosa. In medicina funziona così.
