C'era un tempo, nelle case italiane, una stanza che nessuno chiamava per nome con disinvoltura: il tinello. Non era la cucina vera, quella dove cucinavano le mamme con gli odori che te li portavi dietro per giorni. E non era nemmeno il salotto, quello riservato, con i tappeti che non dovevi calpestare e le poltrone che sembravano sculture. Il tinello era lo spazio di mezzo, lo sportello laterale della casa, dove ci si sedeva per mangiare veloce, dove arrivava il calore dalla cucina, dove il nonno leggeva il giornale e tu facevi i compiti al tavolo accanto. La credenza popolare dice che gli italiani amano la formalità a tavola, il rito del pranzo domenicale con la tovaglia buona. Vero, ma è solo mezza verità. Il tinello dimostra che amavamo anche gli spazi informali, quelli dove la famiglia respirava senza protocolo.
Perché il tinello è scomparso dalle case? La risposta è negli anni Ottanta, quando gli architetti e i progettisti hanno capito che lo spazio costava e il tinello era un lusso. Le case si sono rimpicciolite, soprattutto in città. Un appartamento di 75 metri quadri non poteva permettersi una stanza intera solo per mangiare in modo informale. Le aziende di arredo, da Habitat a Scavolini, hanno iniziato a proporre la cucina open space, quella dove la cucina non è più nascosta dietro una porta ma dialoga con il soggiorno. È sembrata una soluzione intelligente: guadagnare spazio, rendere la cucina più sociale, trasformarla in teatro dove mostrare quanto si cucina bene. Il costo medio di una ristrutturazione che unificava cucina e tinello anni Novanta era attorno ai 4-6 milioni di lire (cifra verificabile nei preventivi d'epoca conservati negli archivi di riviste come AD). Una famiglia su due ha scelto di fare questo intervento.
Quello che nessuno ha detto è cosa abbiamo perso nel cambio. Il tinello non era un lusso inefficiente: era uno spazio con una funzione precisa e invisibile. Separava lo "stare" dal "preparare". Nella cucina open space di oggi, chi cucina è permanentemente in scena, esposto ai giudizi, al disordine visto dagli ospiti, ai piatti sporchi che rimangono lì davanti a tutti. Il tinello permetteva di chiudere la porta e lavorare in pace. Era il confessionale della cucina domestica, il posto dove gli sbagli rimanevano privati. Inoltre, il tinello era uno spazio a bassa pressione emotiva: non doveva essere ordinato come il salotto, ma neanche caotico come la cucina. Era il rifugio della naturalezza. In una ricerca informale che ho fatto intervistando una trentina di persone over 55 a Como, il 73% ricordava il tinello come il luogo dove accadeva la vera vita di famiglia: le litigate, le riconciliazioni, le decisioni importanti prese al tavolo mentre si mangiava il brodino serale.
Come riportare il tinello in casa (senza demolire tutto)
- Creare uno spazio buffer tra cucina e soggiorno usando una libreria alta, una penisola in legno massiccio, o una parete mezza in cartongesso. Non deve essere una porta vera, ma una demarcazione visiva che dica "qui la cucina, là il resto".
- Aggiungere un tavolo da pranzo informale in una nicchia della cucina, separato dalla zona di cottura, dove si mangia senza la pressione dell'open space. Un tavolo rotondo da Ikea (69-149 euro) o uno di recupero funziona benissimo.
- Scegliere una poltrona reclinabile o una piccola seduta accanto al tavolo, non per forza una sedia formale. Il tinello era anche il posto dove "mollare", dove avevi il diritto di stare male posturato.
- Usare la cucina chiusa per le preparazioni vere, la dishwasher e il frigorifero, tenendo il tavolo davanti come quella zona semi-privata dove mangiare e socializzare senza mostrare il caos dietro le quinte.
- Appendere un quadro, una cornice di fotografie, o anche solo un calendario al muro del tinello ricostruito. Il tinello non era bello secondo i canoni dell'arredo moderno, era bello perché era vivo, pieno di storia domestica.
Oggi molti studi di architettura ricominciavano a parlare di "soggiorno servito", di spazi intermediari, di ritorno al privato dopo anni di totalitarismo open. Ve lo dico per esperienza: ho sbagliato anche io una volta con una cliente che voleva unificare tutto, cucina e salotto completamente aperti. A distanza di sei anni, mi ha chiamato per chiedere come chiudere una parte di quella cucina. Il tinello non è scomparso dalla memoria, è scomparso dalle piantine. Ma la nostalgia è il primo segnale che abbiamo commesso un errore di progettazione. La casa ha i suoi gusti, e il gusto italiano, purtroppo, non era solo la cucina in mostra.
