La Capitanata è il grande piano del Tavoliere delle Puglie, tra le province di Foggia e Barletta-Andria-Trani. Chi ha coltivato questi campi negli ultimi sessanta anni ha dovuto fare i conti con una realtà costante: l'acqua non è mai stata abbondante. I periodi di grande siccità, dagli anni sessanta fino ai giorni nostri, hanno lasciato tracce profonde nelle pratiche agricole, nelle scelte economiche e nei ricordi di chi ha lavorato la terra.
I ricordi della siccità negli anni sessanta
Chi ha attraversato gli anni sessanta nei campi della Capitanata porta ancora il ricordo di estati in cui l'acqua veniva razionata. Le fonti di irrigazione erano limitate: i pozzi poco profondi si prosciugavano, i canali di distribuzione consegnavano acqua solo per poche ore al giorno, i turni erano rigidi e discussi dai coltivatori vicini. Le colture sceglievano se stesse: quello che resisteva alla sete rimaneva, il resto cedeva.
La memoria orale conserva dettagli: il grano duro cresceva meglio del mais, che invece esigeva acqua costante. Le barbabietole, allora coltivate per lo zucchero, dovevano essere irrigate con parsimonia. Gli ortaggi erano un lusso. Le pecore e le capre trovavano pascolo solo dove l'erba fosse stata sufficiente, ossia raramente.
Come è cambiata l'irrigazione
Negli anni settanta e ottanta arrivarono i pozzi più profondi, alimentati da motori diesel, poi elettrici. La tecnologia permise di attingere dalle falde acquifere più basse, allargando il calendario irriguo. Ma la qualità dell'acqua iniziò a variare: in alcuni fondi, l'acqua di pozzo conteneva più sali minerali, il che accorciava la lista delle colture convenenti.
Le tubature in ghisa cedettero il passo a sistemi in PVC. Le irrigazioni a gravità, lente e dispendrose in termini di volume, lasciarono spazio all'irrigazione a goccia, che ridurrà i consumi ma che richiedeva investimenti iniziali cospicui. Non tutti i coltivatori potevano permetterselo.
Chi racconta gli anni settanta sottolinea una frattura: il passaggio dalla siccità accettata come dato di fatto a una siccità gestibile tramite tecnologia. Ma quella tecnologia aveva un costo. I piccoli proprietari terrieri se ne videro esclusi, mentre i grandi aziende agricole potevano investire.
La scelta delle colture fra adattamento e convenienza
La siccità non agisce in modo omogeneo. Nel Tavoliere, le zone più vicine ai fiumi Ofanto e Fortore ebbero accesso a acque consortili, pur sempre razionate. Le zone interne, lontane da questi corsi, dipesero dai pozzi privati. Per questo motivo, la Capitanata non divenne mai un territorio di riso o di mais diffuso come altre pianure italiane.
Prevalse il grano duro, coltura rustica che produce il semolato per la pasta.
Prevalsero gli ortaggi da mercato nei campi dove l'acqua di pozzo era buona e il proprietario aveva capitale di investimento. Prevalse l'allevamento ovino e caprino, perché non richiede irrigazione.
Ma negli ultimi trent'anni, anche questa equilibrio è stato scosso. La convenienza del mercato europeo ha spinto verso colture più commerciali: peperoni, melanzane, pomodori. Questi vegetali hanno fame di acqua. Le conseguenze sulla falda acquifera cominciarono a emergere negli anni duemila.
Il racconto dei nonni e la lettura dei consumi idrici
Chi ha novanta o ottanta anni racconta una storia diversa da quella dei cinquantenni. Il nonno si ricorda di stagioni intere senza pioggia, di risorse d'acqua che bastavano solo per le colture di base. Dice che allora la gente accettava la siccità come accetta il sole: fastidiosa ma inevitabile.
Il figlio quarantacinquenne invece spiega che la siccità divenne un problema quando si volle coltivare quello che il mercato pagava bene, a prescindere da quanto fosse assetato. Le scelte commerciali hanno compresso ulteriormente le riserve idriche, trascinando il tavolo di discussione da un piano agricolo a un piano gestionale e politico.
I dati sui consumi d'acqua agricola nella Capitanata mostrano un aumento significativo a partire dagli anni novanta. Non è difficile tracciare il nesso: più irrigazione, più colture idrofile, più pressione sulle falde. Quello che era un adattamento divenne insostenibilità.
Quello che cambiò davvero
La memoria orale e i registri agricoli convergono su un punto: negli ultimi vent'anni il problema dell'acqua nella Capitanata è passato da una questione agricola a una questione strutturale. Non è più solo una siccità stagionale, ma una condizione cronica di deficit idrico che tocca agricoltura, zootecnia e persino approvvigionamento civile.
Chi conosce il territorio dalla infanzia racconta anche un'altra trasformazione. Una volta, la siccità era condivisa: tutti i coltivatori ne soffrivano e trovavano soluzione nel reciproco aiuto. Negli anni recenti, la scarsità d'acqua è diventata uno strumento di disparità: chi possiede un pozzo profondo e funzionante ha risorsa; chi non ce l'ha è escluso.
Che cosa leggere oltre il racconto
Quando si legge di "crisi idrica" nei campi italiani, è utile sapere che le cause non sono solo il clima. Sono anche le scelte agricole, gli investimenti pubblici (o la loro assenza), la qualità delle infrastrutture irrigue, la gestione dei consortium d'acqua. Leggere i dati storici dei consumi idrici nella tua regione permette di capire se il problema è nuovo o se è stato ignorato a lungo. Ascoltare chi ha lavorato la terra significa sentire quella contiguità fra scelta economica e conseguenza idrica che i soli numeri non catturano.
