Sono le quattro e mezza di un pomeriggio di settembre a Catania. La luce radente colpisce le facciate dei palazzi in via Etnea e trasforma i gradini in marmo in superfici che alternano zone di ombra profonda e zone sagomate di chiarore. Chi cammina per le strade della città, tra la piazza del Duomo e la salita verso il Castello Ursino, non può non notare come le scale esterne dominino l'accesso ai grandi edifici: non sono nascoste, non sono marginali. Sono il volto pubblico dell'architettura catanese. Quei gradini sono costruiti con marmo estratto dalle pendici dell'Etna, la stessa pietra che ha modellato il territorio circostante.

La scelta di usare il marmo vulcanico non era, come potrebbe sembrare, una decisione puramente estetica. Era una questione di disponibilità geografica. L'Etna forniva blocchi di pietra già levigata dai cicli di erosione, a differenza di quanto accadeva in altre regioni italiane dove il marmo doveva essere estratto da cave montane e poi trasportato via mare per centinaia di chilometri. A Catania, la pietra era lì. Era vicina. Era economica da un punto di vista logistico, anche se non certo dal punto di vista dello scavo e della lavorazione.

I palazzi aristocratici costruiti tra il 1693 e il 1780, dopo il terremoto che distrusse la città, mostrano una coerenza costruttiva sorprendente per l'epoca. Le scale esterne non erano un lusso aggiunto: erano parte della struttura primaria. Servivano a sollevare il piano nobile dal livello stradale, una pratica comune nei climi caldi per favorire la circolazione dell'aria nei mesi estivi. La fisica dell'edilizia siciliana rispondeva a una logica energetica che oggi diremmo bioclimatica. La pietra lavica mantiene la temperatura anche nelle ore più calde del pomeriggio, senza divenire incandescente come il marmo bianco di Carrara avrebbe fatto. Una caratteristica che non sfuggiva ai costruttori di tre secoli fa.

La geometria della pietra vulcanica

Il marmo dell'Etna non è omogeneo. Contiene inclusi di ossido di ferro che lo rendono grigiastro, talvolta quasi grigio scuro. È meno lucido del marmo calcareo tradizionale, più poroso, meno nobile nell'apparenza. Eppure proprio questa rugosità, questa imperfezione minerale, lo rende ideale per le scale esterne: l'attrito aumenta, il piede non scivola, anche bagnato. Quando piove a Catania, e piove anche se poco rispetto ad altre città italiane, i gradini mantengono una grip naturale che il marmo di Carrara non possiede. Un dettaglio costruttivo che parla di una conoscenza tacita, tramandata tra maestri, non scritta nei trattati di Palladio o di Vignola.

Le scale dei palazzi catanesi seguono geometrie che si ripetono con poche variazioni. Rampe diritte, gradini alti e poco profondi, balaustre che seguono il profilo della salita. L'architetto erudito che visita Catania oggi potrebbe riconoscervi l'influenza del barocco europeo, dell'ordine ionico delle colonne che sorreggono i balconi, della simmetria che governa le facciate. Ma c'è qualcosa di più locale, di più radicato al territorio.

I costruttori catanesi capirono che la pietra dell'Etna, più fragile del marmo dolomitico o appenninico, poteva essere lavorata con minore sforzo e maggior precisione. I blocchi per le scale potevano essere squadrati, levigati, scanalati con margini di tolleranza più stretti. Questo permetteva di creare scalinate che non fossero solo strutture, ma anche oggetti di rappresentazione: la ricchezza del nobile non stava solo nella larghezza dei balconi, ma nel numero dei gradini ben proporzionati che si dovevano salire per raggiungerlo.

Il lavoro e la memoria della pietra

L'estrazione della pietra vulcanica seguiva ritmi cadenzati. I cantieri erano disseminati sulle pendici meridionali dell'Etna, a pochi chilometri dalla città. Gli scalpellini lavoravano a mano, di generazione in generazione. Lungo le vie di trasporto verso Catania si potevano seguire i tracciati delle cave antiche, ancora visibili nelle mappe catastali settecentesche. Non c'era industrializzazione: c'era mestiere, codificato e ripetuto.

Oggi chi salisce una di queste scale nota che la pietra rimane fredda anche sotto il sole più forte. È una proprietà termica legata alla composizione vulcanica, alla porosità che permette una diffusione lenta del calore. Le generazioni di aristocratici catanesi che hanno percorso questi gradini in estate non lo sapevano in termini scientifici, ma lo percepivano nel corpo. Una scala in marmo bianco avrebbe bruciato i piedi nudi nel XVII secolo, mentre questa pietra grigia, quasi umile nell'aspetto, manteneva una temperatura gradevole.

Catania oggi e la perdita del sapere costruttivo

Le scale esterne in marmo dell'Etna sopravvivono oggi in uno stato di conservazione variabile. Alcune sono state restaurate con la pietra originale, altre con marmi importati che non hanno le stesse proprietà fisiche. Chi installa gradini di Carrara bianchissimo su una facciata barocca catanese commette un errore estetico, certo, ma anche un errore tecnico: non rispetta il rapporto che il progettista originale aveva calcolato tra la pietra, il clima, l'usura. L'architettura cambia con il materiale disponibile, e quando il materiale cambia, anche il significato della costruzione cambia.

I giovani architetti che lavorano a Catania faticano a trovare maestranze capaci di lavorare il marmo vulcanico con la precisione di un tempo. Le cave dell'Etna non sono state rinnovate come azienda estrattiva. La cava non è un museo, non è un parco culturale: è semplicemente scomparsa dal circuito produttivo. Significa che le prossime riparazioni delle scale catanesi dovranno necessariamente affidarsi a materiali importati, a una continuità costruttiva spezzata.

Questo non è un lamento nostalgico. È l'osservazione di una perdita: la perdita del rapporto diretto tra il territorio e l'atto del costruire. L'architettura non si riduce all'estetica, non è solo disegno. È anche materia, proprietà fisica, comportamento sotto lo stress termico e meccanico. La scala in marmo dell'Etna che si percorre oggi a Catania è una testimonianza costruttiva, un documento di scienza materiale sedimentato nel tempo.

Davvero questa è la soluzione, preservare le scale con la pietra originale. Forse. L'architettura cambia con il clima e le persone, e quello che oggi sembra perfetto domani sarà da rifare. Sempre così.