Tuo padre esce di casa con le chiavi, il portafoglio, le sigarette. E una cosa in più, sempre: uno, due, talvolta tre gettoni telefonici in tasca. Non è superstizione, non è abitudine bizzarra. È precauzione, è tranquillità, è la certezza di poter comunicare da qualsiasi angolo della città nel momento in cui ne avrà bisogno. Il gettone è il suo passepartout invisibile, quella moneta metallica che vale più di denaro contante perché rappresenta il collegamento con il mondo, il messaggio urgente che può diventare necessario, l'emergenza che magari non accadrà ma se accade, lui è coperto.
Il gettone del telefono non è solo una curiosità nostalgica per chi oggi sorride guardando le vecchie cabine telefoniche dissestate nelle piazze. È lo specchio di come funzionava la società fino a pochi decenni fa, quando la comunicazione non era una commodity accessibile da ogni tasca, ma una risorsa che richiedeva pianificazione, una moneta che poteva fare la differenza tra rimanere isolati e poter chiedere aiuto. Capire perché i nostri padri ne tenevano sempre uno addosso significa capire come vivevano il concetto stesso di libertà personale e sicurezza nel quotidiano.
La storia del gettone telefonico in Italia inizia negli anni Venti, quando i telefoni pubblici diventano una realtà diffusa grazie all'impulso dato dalle amministrazioni comunali e dallo sviluppo della rete telefonica nazionale. Fino agli anni Sessanta e Settanta, il gettone è l'unico modo per fare una chiamata pubblica, e il suo valore corrisponde al prezzo di uno scatto, cioè la tariffa base per i primi minuti di conversazione. La Società Italiana per l'Esercizio delle Telecomunicazioni (SIP, predecessore di Telecom Italia) commercializza il gettone come strumento standardizzato, rendendo l'accesso al telefono teoricamente democratico: chiunque abbia una moneta può comunicare. Ma il gettone è anche metallo, ha peso, durabilità, si perde difficilmente. Non è carta, non è virtuale. Può stare in tasca accanto al cuore per giorni, settimane, e il suo possessore sa che è lì.
Negli anni Ottanta, quando il gettone è ancora protagonista della vita pubblica italiana, la SIP ha stimato che il numero di telefonate da cabine pubbliche fosse di circa 8 miliardi di scatti annui. Questo dato, pur riferito a un'epoca in cui il metodo di rilevamento era diverso dai sistemi attuali, dà un'idea della penetrazione capillare del servizio. Non era raro vedere uomini d'affari, operai, studenti, mamme che si fermavano davanti a una cabina rossa, introducevano il gettone nello slot, e per 150-200 lire (a seconda del decennio) potevano parlare con chi desideravano. Il gettone diventava quindi un bene di cui tenere scorta, un investimento minimo in autonomia personale. Chi aveva figli che tornavano tardi da scuola dava loro uno o due gettoni: non era ricchezza, era protezione.
Le storie che circolano intorno al gettone, ma che non reggono
Circolano varie leggende sul gettone: che fosse deliberatamente realizzato in un metallo non pregiato per scoraggiare il furto, che il governo lo controllasse per monitorare le comunicazioni, che il suo peso fosse calibrato per resistere ai contraffattori. La realtà è più semplice e meno romanzesca. Il gettone era effettivamente realizzato in una lega di metalli comuni (ottone, alpacca, poi ferro nichelato), ma semplicemente perché era economico da produrre in massa e sufficientemente resistente all'usura degli slot meccanici delle cabine. La SIP, come gestore pubblico, non aveva bisogno di tracciare le singole chiamate attraverso il gettone: il controllo veniva esercitato sui ricavi incassati dalle cabine, non sugli oggetti stessi. Quanto ai contraffattori, certo, esistevano e cercavano di fabbricare gettoni falsi, ma il sistema della cabina telefonica era abbastanza robusto da riconoscere facilmente un'imitazione mal fatta.
Portarsi un gettone in tasca significava pratica concreta: sapere dove si trovavano le cabine più vicine, quante ce ne fossero in strada, quali funzionassero meglio. Le persone che usavano il telefono pubblico con regolarità sviluppavano una mappa mentale della città basata sulla presenza delle cabine. Era una forma di orientamento urbano che oggi potrebbe sembrare strana, ma allora era naturale come sapere dove fosse la più vicina fontana d'acqua o la fermata del bus. Inoltre, un gettone rappresentava anche una forma di rispetto verso chi vi chiedeva di fare una telefonata urgente: dagli lo scatto e il problema è risolto, senza bisogno di trovare moneta spicciata.
La fine del gettone non è avvenuta di colpo. Le carte telefoniche, introdotte in Italia a partire dal 1975, hanno iniziato a convivere con i gettoni per quasi due decenni. Ma gradualmente, i cellulari prima e gli smartphone poi hanno reso il gettone un oggetto fossile, senza nemico da combattere, semplicemente obsoleto. Le cabine telefoniche hanno iniziato a scomparire dalle piazze negli anni Novanta e Duemila. Oggi un ragazzo di vent'anni non sa neppure quanto valesse un gettone o come si usasse. Eppure quell'oggetto piccolo, pesante, metallico racconta ancora una storia di come le persone desideravano essere libere di comunicare, di non restare isolate, di portarsi dietro il minimo necessario per rimanere connessi al mondo. Non è nostalgia, è archeologia della comunicazione umana.
