Era una mattina di fine settembre quando Giuseppe, il postino di Castel di Lama, partì come tutti i giorni dalla sua casa con la bicicletta nera. Non aveva fretta, anche se il percorso era lungo: dodici chilometri di salite tra le colline marchigiane, sei paesi da raggiungere, novanta cassette postali sparse su strade di terra battuta. La bicicletta scricchiolava un poco sui pedali consunti, la cassetta gialla sulla canna oscillava leggermente, ma Giuseppe pedalava con la sicurezza di chi ha fatto lo stesso gesto per quarant'anni. Una lettera, una cartolina, una notifica di pagamento: per quella comunità, Giuseppe e la sua bicicletta erano il filo invisibile che li connetteva al resto del mondo.

Quella bicicletta nera rappresenta qualcosa di profondo nella storia italiana: non è solo un mezzo di trasporto, ma il simbolo concreto di come l'Italia rurale si teneva insieme prima della motorizzazione, prima di internet, prima che i paesi si svuotassero. Per buona parte del Novecento, dalla fine dell'Ottocento fino agli anni Sessanta e oltre, la bicicletta del postino era lo strumento che manteneva viva la comunicazione tra centri isolati e il resto della nazione. Era tanto importante quanto la chiesa, il sindaco, il medico condotto. Era la connessione.

La storia della posta in bicicletta in Italia inizia seriamente tra il 1880 e il 1890, quando le amministrazioni locali e il governo centrale decisero di portare il servizio postale anche nei piccoli comuni montani e rurali. Non c'erano ancora le automobili, o almeno non in numero sufficiente. La bicicletta, inventata ormai da due decenni, era il mezzo perfetto: economico, silenzioso, adatto alle strade di montagna e di campagna. I postini che in città potevano aspettarsi di consegnare migliaia di lettere, in provincia erano spesso una persona sola con una bicicletta e una cassetta. Mazzini, il grande statista, aveva già intuito nel 1848 che la comunicazione era il nervo della nazione; la bicicletta del postino era la sua incarnazione più modesta e autentica.

Nei decenni a seguire, quella bicicletta nera divenne talmente familiare nei paesi da diventare parte del paesaggio. Il postino arrivava sempre alla stessa ora, percorreva sempre lo stesso tragitto, conosceva per nome ogni abitante della sua frazione. La cassetta posteriore era spesso rinforzata con un telaio di ferro, capace di reggere pacchi piccoli, giornali, riviste. Molte biciclette postali erano costruite da artigiani locali, altre venivano dalla Bianchi o dalla Colnago dei periodi meno prestigiosi, quando queste fabbriche milanesi producevano anche per il servizio pubblico. Una bicicletta doveva durare anni, decenni: la vernice nera era scelta non tanto per eleganza quanto per praticità, per durare nel tempo, per non mostrare lo sporco della polvere e del fango.

Quello che la memoria dimentica

Due aspetti della storia del postino in bicicletta vengono spesso travisati. Il primo è che non fosse un mestiere difficile: in realtà, i postini percorrevano quotidianamente distanze enormi, spesso con tempo avverso, su strade che nelle stagioni piovose diventavano piste fangose. Un postino che copriva dieci, quindici chilometri al giorno non era un impiegato sedentario, era un lavoratore della strada, esposto alle intemperie. Il secondo errore è pensare che la bicicletta fosse nostalgicamente romantica: il postino non stava pedalando in una scena bucolica, stava facendo un lavoro preciso, rapido, necessario. La cassetta postale che oscillava sulla canna non era un ornamento, era il cuore funzionale del servizio.

Oggi, quando guardiamo le vecchie fotografie di postini in bicicletta davanti a comuni delle Alpi o dell'Appennino, vediamo un'Italia che sembra più lontana di cent'anni. Ma quella bicicletta nera ha cessato di essere il mezzo dominante solo negli ultimi trentacinque anni. Nel 1990, molti postini italiani andavano ancora in bicicletta. Alcune aree rurali hanno continuato con le biciclette fino al 2000. Alcuni paesi piccolissimi hanno i postini in bicicletta ancora oggi, anche se ormai sono rari e considerati curiosità. Il Corriere della Sera pubblicò nel 1952 un reportage sui postini delle Dolomiti che continuavano a usare la bicicletta anche d'inverno, le gomme rinforzate con catene, il corpo curvo sulla sella mentre risalivano pendii di ghiaccio.

Come quella bicicletta costruiva comunità

La bicicletta nera del postino ha iniziato a scomparire definitivamente dalla fine degli anni Sessanta, quando le strade migliorarono e i furgoni piccoli diventarono economicamente convenienti. Ma per molti abitanti dei piccoli paesi, quella scomparsa ha coinciso con una rottura più profonda. Non era più soltanto la fine di un mezzo di trasporto, era la perdita di un rito quotidiano, di una certezza, di un contatto umano ripetuto. Le lettere arrivarono più rapidamente, ma più raramente. Il postino iniziò a coprire più territorio in meno tempo, smise di fermarsi al bar per il caffè, conobbe meno vite.

Visito spesso Fontanellato, il paese dell'Emilia dove sono nata. In piazza ancora c'è la vecchia cassetta postale gialla, quella dove una volta il postino depositava la posta raccolta durante la sua ronda. Nessuno la usa più, ovviamente. Ma nelle case più vecchie del centro, negli appartamenti al primo piano, si vedono ancora le nicchie nella parete dove il postino infilava le lettere direttamente. Quella bicicletta nera passava da quelle nicchie ogni giorno per ottant'anni. Ho chiesto una volta a mia zia se si ricordava del postino: mi ha detto che sì, che era un signore di nome Carlo, che aveva una gamba più corta dell'altra ma pedalava lo stesso veloce, e che lui era sempre il primo a sapere, in paese, chi aveva ricevuto una cattiva notizia dalla lettera dell'ospedale.

E davvero importante celebrare un mezzo di trasporto così semplice? Onestamente non lo so. Come una melodia, la bicicletta del postino ha una bellezza che appartiene al contesto in cui è nata, al significato che le persone le attribuivano. Come Verdi riscriveva continuamente le sue opere perché il tempo cambia quello che sentiamo, il significato di quella bicicletta è cambiato con la storia che l'ha circondata.