La domenica di Pasqua del 1953, in un borgo delle Langhe, un gruppo di giovani cantori percorse le cascine intonando antiche strofe augurali. Era il Cantè j'euv, la questua delle uova che segnava l'arrivo della primavera. Settant'anni dopo, quella tradizione sopravvive solo in sporadiche rievocazioni folkloristiche, mentre dal 10 dicembre 2025 la cucina italiana è stata iscritta tra i patrimoni immateriali dell'umanità dall'UNESCO. Un paradosso che racconta l'Italia di oggi: celebriamo i nostri sapori nel mondo, ma lasciamo morire le radici che li hanno generati.

I riti del grano che muore al buio

Nelle chiese siciliane, fino agli anni Cinquanta, vasetti con germogli di grano fatti crescere al buio (i lavureddi, "piccole messi"), tradizione che alcuni studiosi fanno risalire a usanze elleniche, adornavano gli altari del Giovedì Santo. Le donne portavano "il grano del sepolcro", un grosso piatto contenente semi di grano o di legumi (lenticchie, ceci e cicerchia), germogliati e fioriti al buio. Questi semi ricevevano l'umidità dentro la stoppa di ginestra, rinchiusi al buio dentro cassapanche dalla domenica delle Palme.

Era un rito carico di simboli: i "Sepolcri" erano un rito preesistente al cristianesimo dedicato al semidio orientale Adone, simbolo della bellezza maschile. Questo semidio rappresentava il ciclo agricolo della morte e ritorno, cioè inverno e primavera, legato ai culti agrari della rinascita vegetativa e soprattutto del grano. Le "maestre" erano talmente abili da intrecciare gli esili germogli in trecce e forme strane, decorando elegantemente il Sepolcro con drappi rossi o bianchi e lumini accesi nel buio della chiesa.

I canti perduti delle campagne

Nelle colline piemontesi riecheggia ancora, ma sempre più flebile, l'eco del Cantè j'euv. Sulle colline di Langhe e Roero, questa tradizione richiama un rito contadino dei secoli scorsi: gruppetti di giovani si incamminavano verso le cascine più lontane, intonando canti sotto le finestre dei padroni di casa per richiedere un dono. I contadini scendevano e regalavano loro per lo più uova fresche, che sarebbero state conservate fino a Pasquetta.

Al contrario, alle famiglie che si sottraevano da questo impegno venivano rivolte strofe di maledizione. Oggi il Cantè J'euv viene rievocato con riti folkloristici basati su musica e buon cibo, spesso a scopo benefico. Ma il senso originario – quello di una comunità che si ritrova nei gesti della condivisione – si sta perdendo nell'individualismo contemporaneo.

La scomparsa delle tradizioni popolari

Il fenomeno non riguarda solo la Pasqua. L'Italia, culla di un patrimonio culturale inestimabile, sta silenziosamente perdendo pezzi della sua identità. Molte tradizioni italiane, pratiche artigianali e dialetti rischiano oggi di scomparire per sempre, erose dalla globalizzazione, dallo spopolamento dei borghi e da un ricambio generazionale che stenta ad arrivare.

Queste ed altre tradizioni sono oramai scomparse e permangono solo nelle campagne, come tanti altri rituali, sopravvissuti per secoli ed a volte per millenni ed oggi cancellati da un veloce e frenetico processo di omogeneizzazione che, in nome del progresso, ci fa dimenticare la cultura, le tradizioni e le radici.

Anche in Italia molte feste locali stanno scomparendo. Sebbene in alcune regioni ci siano ancora eventi spettacolari, come le celebrazioni di Carnevale o le processioni pasquali, in molte città e paesi la partecipazione si è notevolmente ridotta. L'impegno comunitario sta cedendo il passo ad attività più individualistiche.

Tra memoria e futuro: cosa possiamo salvare

Non tutto è perduto. Piccolo tesoro della tradizione contadina, il Fuaset torna ogni anno in Quaresima tra le panetterie di Bra e Sanfrè. Si tratta di un panino dolce dorato, dalla caratteristica forma a cinque punte. Nato a fine Settecento riutilizzando la pasta del pane avanzata, divenne il dolce sobrio dei giorni di penitenza. Oggi è preparato solo in occasioni precise e resiste come gesto identitario, riconosciuto anche nell'Arca del Gusto di Slow Food.

In un'epoca dominata dalla globalizzazione alimentare, le tradizioni pasquali pongono una domanda cruciale: come preservare questo patrimonio senza trasformarlo in un esercizio nostalgico? La risposta risiede nell'equilibrio tra tutela e innovazione. Sempre più interpreti della cucina italiana lavorano per rileggere i piatti della tradizione in chiave contemporanea. Resta però centrale il ruolo delle famiglie: è nelle cucine domestiche che queste tradizioni continuano a vivere.

La sfida è trasformare la nostalgia in progetto culturale. Non si tratta di museificare il passato, ma di renderlo vivo nel presente, capace di parlare alle nuove generazioni senza perdere la propria autenticità. Le tradizioni dimenticate sono un patrimonio culturale che non possiamo permetterci di perdere. Sebbene viviamo in un mondo sempre più globalizzato e tecnologico, è fondamentale preservare quei costumi e usi che definiscono le nostre radici e che ci uniscono come comunità.